Il Misantropo di Molière in scena per i Teatri della Cupa

Il Misantropo di Molière in scena per i Teatri della Cupa

Con la regia di Tonio De Nitto, una produzione Factory e Accademia Perduta

Alceste non è disposto ad accettare la menzogna, le frivolezze, i falsi moralismi e perbenismi, le convenzioni sociali, i compromessi, le raccomandazioni, il buon viso a cattivo gioco, la doppiezza, nulla che sia falso o finto. A meno che non si tratti della sua amata e capricciosa Célimène, che è un’altra storia. Solo per lei Alceste potrebbe conoscere la nuda e cruda verità, accettandone e pretendendone la sua finzione per sopravvivere. Perché un cuore ferito potrebbe illudersi ancora, ma per un cuore spezzato non c’è cura.

La spasmodica ricerca e l’affermazione dell’onestà a tutti i costi fanno di Alceste una voce sicuramente fuori dal coro e per questo un uomo ridicolo. La sua ossessione per la sincerità, assieme a quella per Célimène lo condurranno alla rovina e alla decadenza, facendone un uomo solo, impossibile da salvare e da difendere.

Inutile dire quanto Il Misantropo di Molière sia attuale forse oggi più di allora, in una dimensione e in una contingenza sociale globale in cui non vi è posto alcuno per il merito, per la schiettezza, per le storture per le eccezioni e per l’originalità, in un pentagramma di suoni monotoni e mononota, in cui a vincere sono le categorie, le etichette e l’omologazione. Il così fan tutti per nascondere dietro deboli idee e pericolose ideologie di massa una totale assenza di idee proprie e pareri personali e coraggiosi. Perché non dire o dire quello che l’altro vorrebbe sentirsi dire sembra essere la via più semplice per stare al mondo, almeno in questo mondo. Che è lo stesso di Alceste e dal quale Alceste vorrebbe fuggire, desiderando e immaginando uno spazio lontano da tutti, un deserto, un bosco, dove non vi sia nessuno se non la sua amata Célimène.

La gigantesca e barocca cornice sulla scena racchiude il quadro di questa realtà fatta di voci e personaggi che si incontrano e si scontrano con il protagonista. Alceste è un uomo solo contro tutti, chi più chi meno, amici o nemici, sono tutti suoi antagonisti. Il quadro diventa, all’uopo, cortina, a separare il mondo esterno e nemico, dal mondo ideale del misantropo e specchio a riflettere sul suo piano inclinato a favore di platea, la realtà fuori dalla scena, animata e regolata dalle stesse dinamiche della finzione e delle maschere sociali.

Dopo il periodo shakespeariano, con la regia de Il Misantropo, Tonio De Nitto si accosta a Molière per cercare di interpretare da lontano, attraverso un classico, la dimensione sociale e umana contemporanea, scoprendo, nonostante i secoli di distanza, più analogie che differenze. Con otto attori in scena e un impianto scenografico monumentale, Il Misantropo di De Nitto – andato in scena in occasione della IV edizione del Festival I Teatri della Cupa, al teatro comunale di Novoli lo scorso 30 luglio – è una bella scommessa e un’impresa coraggiosa, se si tiene conto della media delle produzioni contemporanee del panorama teatrale italiano, ridotte sempre più all’essenziale e ai minimi termini per questioni logistiche e di distribuzione e vendibilità (ma questa è un’altra storia).

Riconoscendo i meriti alla regia, alla bravura degli attori, sicuramente e alla cura delle scene, dei costumi e degli effetti luci e audio, e tenendo conto delle precedenti produzioni della Factory, non si può fare a meno di notare nel Misantropo, una sorta di calo energetico sulla scena che si avverte dopo qualche minuto, come di un impeto frenato e di una rabbia repressa dei personaggi che stentano ad esplodere o tardano a decollare. La sensazione, a metà spettacolo, è quella di un climax mancato che ha perso l’occasione di raggiungere il suo acme, fino a tenere il pubblico inchiodato alle poltrone. Qualcosa che sarebbe dovuto accadere ma che non accade o che fa fatica a venir fuori. D’altro canto però, come in tutte le storie che si rispettino, i momenti più intriganti sono quelli affidati ai cattivi per antonomasia, Oronte e Arsinoè soprattutto, quando tentano a più riprese di prendere le redini della faccenda, tentando di capovolgerla. Pertanto, i due irrompono sulla scena per accendere i conflitti tra i personaggi e provocare le battaglie intestine – talvolta eccessivamente silenziose – di Alceste con i propri demoni, rompendo di tanto in tanto il ritmo perlopiù stabile e continuo, della vicenda.


Tutti perfettamente adeguati nei propri ruoli (Ippolito Chiarello/Alceste, Angela De Gaetano/Célimène, Franco Ferrante/Oronte, Sara Bevilacqua/Arsinoè, Luca Pastore/Filinto, Dario Cadei/Citandro, Fabio Tinella/Acaste, Ilaria Carlucci/Eliante) ciascun attore è pienamente nel personaggio. Ciononostante, a voler peccare di zelo e a voler essere sinceri a tutti i costi, proprio come il misantropo, c’è da riconoscere, a onor del vero, che dalla platea si avverte una carenza di armonia e di complicità tra gli attori in scena. Ne vien fuori un gioco di squadra non del tutto perfetto. A farne le spese è la narrazione che, per questo, inevitabilmente, perdendo forza e potenza, in alcuni momenti, sembra proseguire per singoli e stanchi monologhi, invece che per dialoghi e scambi interattivi.

Ciò detto, Il Misantropo della Factory è uno spettacolo imponente e impetuoso che se riuscisse a recuperare quell’energia allo stato potenziale e a liberarla, avrebbe tutti i numeri e i meriti per diventare uno spettacolo esplosivo dal grande impatto visivo e con un notevole potere comunicativo. Insomma, il teatro per eccellenza e nella sua forma migliore.